29 mar
Non sapevo di credere
Pubblicato in Lettere il 29 marzo 2010
 

A volte si dicono cose di cui poi ci si pente. Vi è mai successo?
Altre volte invece si dicono delle cose con un’intenzione che poi vengono interpretate male.
E’ capitato anche a voi?

A Carl Jung (padre della psicologia analitica) durante un’intervista rilasciata ad una TV inglese, venne posta una domanda pericolosa:
«Lei Dottor Jung, crede in Dio?». E Jung, dopo una pausa interminabile, disse: «Io non ho bisogno di credere… io so!».

Quell’ «Io so» riecheggiò nella sua testa, nello studio televisivo e nelle case di milioni di telespettatori basiti da quell’atto di presunzione al limite del blasfemo.
Ma non era questa l’intenzione. Forse fu solo un uso maldestro dei termini e adesso, a distanza di anni, ho la sensazione di capire cosa Jung intendesse veramente.

In realtà non l’ho capito oggi ma gradualmente in questi anni di lavoro e aiuto alle persone. Ognuna di loro mi ha avvicinato di un passo alla comprensione profonda di questa frase. Ognuna di loro è stata un passo verso una nuova consapevolezza inconsapevole: una strada di cui ho percorso oltre duemila passi.
Ognuno di essi è stato diverso: alcuni difficili, altri rischiosi, alcuni davvero miracolosi.
Nessuno di loro è stato uguale ad un altro e nessuno è mai stato fatto con la ragione, ma tutti con un atto di fede.

La fede intesa in senso ampio che comprende la fiducia nel potere di guarigione della mente e del corpo umano.
Una fede che ha nella lotta continua col dubbio e la paura, il più potente elemento di movimento e trasformazione.
Spesso ho fatto io il primo passo dentro di me, credendo prima che ci fosse alcun segnale di guarigione che mi inducesse a credere.
Molto spesso ho ripetuto silenziosamente, come un mantra che non fa pensare, le parole di M. Luther King: «Just take the first step, take the first step in faith» e così ho fatto.

Ho fatto il primo passo molte volte senza neppure pensarci, scoprendo che solo alla mente folle è concesso di assistere ai miracoli.
E scoprendo anche che solo ciò che appare folle alla nostra ragione può essere considerato reale.
Reale è il miracolo che muove la mia penna sul foglio mentre respiro e il mio cuore batte. E reale è il miracolo che fa sì che tu possa leggere dei segni su un monitor e trasformarli istantaneamente in immagini ed emozioni, entrando in risonanza con me in un luogo e in un tempo diversi rispetto al mio gesto e alla mia emozione.
Il miracolo c’è, nella incredibile complessità di tutto ciò che siamo e che ci circonda.
Il miracolo è lo stato naturale delle cose: l’idea da cui usciamo nel momento in cui la nostra mente razionale lo vuol controllare, spiegare e ridurre ad un fenomeno che possa essere spiegato.
Il miracolo non si manifesta, siamo noi a ricominciare a vederlo.

A volte è difficile perché la nostra mente non si sposta e abbiamo bisogno che qualcuno lo veda per noi, che qualcuno lo sogni per noi. La fiducia in questa persona serve a spegnere la mente razionale e lasciare che tutto riprenda a scorrere.
Per capirlo ci ho messo anni, per sentirlo ancora di più.

Capire che cosa? Che Jung ha detto: «Io so» ma intendeva «io vedo».
Il credere non è una “arte del mettere” ma del “levare”. Credere non serve ad aggiungere qualcosa, ma a rimuovere un velo che non ti permetteva di vedere.

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