17 set
Pubblicato in Blog il 17 settembre 2011 | 1 Commento »
 

Ho incontrato migliaia di persone con lo stesso desiderio:
ESSERE FELICI.

Non vorresti esserlo anche tu?

Beh, ti svelerò un segreto: la felicità è l’isola che non c’è. Questo non vuol dire che tu non la possa trovare, ma dovrai avere un altro approccio.

Finché pensi alla felicità come ad un luogo da raggiungere, non la troverai.

Quando capisci che essa consiste nel baricentro del tuo percorso di vita, inizierai a riconoscerla e sperimentarla molto più spesso.

Molti cercano di aumentare la velocità per poter raggiungere più in fretta la loro felicità. Altri cercano di camminare all’indietro illudendosi che fossero felici solo nel momento della loro partenza.
Pochi capiscono che la felicità non è una corsa e neppure un luogo. La felicità è un equilibrismo che scompare nel momento in cui vuol diventare auto consapevole. È come se gli Dei ci impedissero di comprendere e fissare la ricetta di ciò che ci rende felici, preservando così la magia di questa esperienza.

Ho visto persone ad un passo dalla loro linea della felicità complicare le cose al punto di perdersi totalmente. Ho visto altri guardare nella direzione sbagliata. Altri ancora calpestare inconsapevolmente ciò che dava loro la gioia di vivere.

La felicità è uno strumento leggermente stonato che, con un piccolo gesto, torna a suonare meravigliosamente.

Il vero segreto è imparare a percepire la felicità come un sentiero che è sempre presente nella nostra vita: se non lo stiamo percorrendo, spesso basta un solo passo laterale per tornare in strada. Un passo per essere felici e continuare a muoversi sul quel percorso. Se ti sei allontanato di un passo, puoi tornare facilmente a sorridere: basta non spingere troppo e sapere aspettare.

Con le tante persone con cui ho avuto il piacere di lavorare ho sempre cercato di fare il minimo. Il mio compito è stato quello di distrarre la loro mente conscia dalla ricerca sbagliata di una gioia impossibile. Ho dato alla mente qualcosa con cui giocare mentre l’inconscio faceva il resto.

Il tuo inconscio conosce la strada.

Charlie

29 mar
Pubblicato in Lettere il 29 marzo 2010 | Nessun commento »
 

A volte si dicono cose di cui poi ci si pente. Vi è mai successo?
Altre volte invece si dicono delle cose con un’intenzione che poi vengono interpretate male.
E’ capitato anche a voi?

A Carl Jung (padre della psicologia analitica) durante un’intervista rilasciata ad una TV inglese, venne posta una domanda pericolosa:
«Lei Dottor Jung, crede in Dio?». E Jung, dopo una pausa interminabile, disse: «Io non ho bisogno di credere… io so!».

Quell’ «Io so» riecheggiò nella sua testa, nello studio televisivo e nelle case di milioni di telespettatori basiti da quell’atto di presunzione al limite del blasfemo.
Ma non era questa l’intenzione. Forse fu solo un uso maldestro dei termini e adesso, a distanza di anni, ho la sensazione di capire cosa Jung intendesse veramente.

In realtà non l’ho capito oggi ma gradualmente in questi anni di lavoro e aiuto alle persone. Ognuna di loro mi ha avvicinato di un passo alla comprensione profonda di questa frase. Ognuna di loro è stata un passo verso una nuova consapevolezza inconsapevole: una strada di cui ho percorso oltre duemila passi.
Ognuno di essi è stato diverso: alcuni difficili, altri rischiosi, alcuni davvero miracolosi.
Nessuno di loro è stato uguale ad un altro e nessuno è mai stato fatto con la ragione, ma tutti con un atto di fede.

La fede intesa in senso ampio che comprende la fiducia nel potere di guarigione della mente e del corpo umano.
Una fede che ha nella lotta continua col dubbio e la paura, il più potente elemento di movimento e trasformazione.
Spesso ho fatto io il primo passo dentro di me, credendo prima che ci fosse alcun segnale di guarigione che mi inducesse a credere.
Molto spesso ho ripetuto silenziosamente, come un mantra che non fa pensare, le parole di M. Luther King: «Just take the first step, take the first step in faith» e così ho fatto.

Ho fatto il primo passo molte volte senza neppure pensarci, scoprendo che solo alla mente folle è concesso di assistere ai miracoli.
E scoprendo anche che solo ciò che appare folle alla nostra ragione può essere considerato reale.
Reale è il miracolo che muove la mia penna sul foglio mentre respiro e il mio cuore batte. E reale è il miracolo che fa sì che tu possa leggere dei segni su un monitor e trasformarli istantaneamente in immagini ed emozioni, entrando in risonanza con me in un luogo e in un tempo diversi rispetto al mio gesto e alla mia emozione.
Il miracolo c’è, nella incredibile complessità di tutto ciò che siamo e che ci circonda.
Il miracolo è lo stato naturale delle cose: l’idea da cui usciamo nel momento in cui la nostra mente razionale lo vuol controllare, spiegare e ridurre ad un fenomeno che possa essere spiegato.
Il miracolo non si manifesta, siamo noi a ricominciare a vederlo.

A volte è difficile perché la nostra mente non si sposta e abbiamo bisogno che qualcuno lo veda per noi, che qualcuno lo sogni per noi. La fiducia in questa persona serve a spegnere la mente razionale e lasciare che tutto riprenda a scorrere.
Per capirlo ci ho messo anni, per sentirlo ancora di più.

Capire che cosa? Che Jung ha detto: «Io so» ma intendeva «io vedo».
Il credere non è una “arte del mettere” ma del “levare”. Credere non serve ad aggiungere qualcosa, ma a rimuovere un velo che non ti permetteva di vedere.